La realtà può essere distinta in “reale” e “virtuale”. Dire “realtà virtuale” non è un ossimoro, perché anche ciò che è virtuale è reale, nel senso che “esiste realmente”, anche se “solo” come informazione, quindi come qualcosa di immateriale. D’altra parte anche ciò che è reale, ovvero materiale, è anche virtuale nella misura in cui è vettore di informazioni, le quali sono, per definizione, immateriali. E' comunque vero che una informazione, pur essendo immateriale, può avere effetti "materiali".

Da tale premessa si evince che non è facile distinguere tra “reale” e “virtuale” e ancor più tra “reale” e “irreale” in quanto sono spesso intricati e ambivalenti. Per ”irreale” intendo una cosa che non si è mai concretizzata e non potrà mai concretizzarsi, ma esiste solo come informazione (più o meno falsa o fantastica) nella mente di qualcuno o in un “documento”.

Perché la distinzione tra reale e virtuale e tra reale e irreale è importante? Perché alcuni dei nostri bisogni hanno come oggetto cose materiali che non possono essere surrogate da cose immateriali o virtuali, e tanto meno da cose irreali. Perciò è bene sapere quanto sia "reale" o "realistico" ciò che stiamo perseguendo, facendo o ricevendo.

Molti pensano di non avere difficoltà a distinguere il reale dal virtuale, ovvero il materiale dall'immateriale. Questo è normalmente vero per quanto riguarda l’”hardware” e il “software” di oggetti esterni al soggetto. Ma non è affatto facile quando si tratta di cose che si trovano nella nostra mente, compresa la nostra coscienza, i nostri sentimenti, la nostra memoria, i nostri bisogni e desideri ecc.

Dovremmo allora chiederci se la mente in generale sia qualcosa di reale o virtuale. A mio parere la risposta è duplice. La mente è un insieme di cose reali e cose virtuali (più o meno reali o irreali). Infatti, come in un computer, essa è costituita da un “hardware” e da un “software”. Si tratta di un complesso elaboratore di informazioni, ma gli organi addetti alle varie elaborazioni sono materiali, ovvero sono costituiti dalle cellule del sistema nervoso.

Una persona che soffre di disagi o disturbi psichici probabilmente distingue male il reale e il virtuale nel senso, per esempio, che considera reale ciò che è “solo” virtuale o viceversa.

Occorre ora notare che tra reale e virtuale ci può essere un certo grado di “corrispondenza”. Infatti molte cose virtuali (ovvero informazioni) sono il risultato della percezione e trasformazione di cose “reali”. Per esempio, una fotografia è una cosa virtuale (se consideriamo l’immagine avulsa dalla carta o dallo schermo di computer che la supportano) ottenuta fotografando qualcosa di reale. Ma potrebbe essere la foto di un’altra foto, e magari di una foto ritoccata o di un fotomontaggio e quindi di una cosa totalmente o parzialmente irreale. In tal caso la cosa virtuale non “corrisponde” (in una certa misura) al reale. Lo stesso vale, ad esempio, per la memoria del racconto, letto o ascoltato, di fatti mai avvenuti.

Ebbene, suppongo che uno che soffre di disagi o disturbi psichici abbia "in mente" una certa quantità di informazioni che non corrispondono alla realtà e di conseguenza si comporta in modo “irrazionale”.

Il problema della corrispondenza tra virtuale e reale non si pone solo per i pazienti nevrotici o psicotici, ma per ogni essere umano. Gli altri animali non hanno tale problema perché la loro mente è molto meno sofisticata e meno astratta della nostra, anche perché incapace di usare un linguaggio simbolico.

Ogni umano è suscettibile di due errori fondamentali. Il primo è quello di scambiare il virtuale per il reale, ovvero di non capire che certe sue idee o percezioni non equivalgono alle cose reali che dovrebbero rappresentare. Infatti “la mappa non è il territorio”. Il secondo errore è quello di credere che la sua “mappa” corrisponda al territorio più di quanto ciò sia vero.

Il problema della corrispondenza tra “mappa e territorio” è più grave quando riguarda le relazioni e interazioni sociali. In tal caso il “territorio” è una comunità reale, mentre la “mappa” è una comunità virtuale, interiorizzata nella mente dell’individuo. La cosa grave è che il comportamento di un individuo in una comunità non dipende dalla comunità reale, ma da quella virtuale (interiorizzata) che "rappresenta" quella reale in modo più o meno “corrispondente” alla realtà.

Infatti il meccanismo mentale conosciuto col nome di “super-io”, che funziona incessantemente come autocensore e inibitore di comportamenti che metterebbero a rischio l’appartenenza del soggetto alla comunità, funziona in relazione alla comunità virtuale (la sola conosciuta dal super-io), non a quella reale, ovvero funziona sulla base della “mappa” della comunità che il soggetto ha sviluppato, a cominciare dai primi giorni di vita, e che può essere più o meno “corrispondente” alla comunità reale, ovvero più o meno “obsoleta”.

Per concludere, è bene che l’io cosciente sia consapevole del fatto che non ha a che fare con una sola comunità (reale), ma con una reale e una virtuale, laddove quella virtuale è quella che l’inconscio prende in considerazione per governare e inibire i suoi sentimenti e le sue motivazioni. Ne consegue che, in caso di grave discrepanza tra la comunità virtuale e quella reale, il soggetto è suscettibile di comportarsi in modo inutile o controproducente rispetto alla soddisfazione dei propri bisogni e di quelli altrui.