La cosa più importante per un essere umano, dopo la soddisfazione dei bisogni fisici, è il giudizio altrui sulla propria persona.

Il giudizio altrui viene percepito, classificato ed associato ad un atteggiamento più o meno cooperativo, pacifico o aggressivo nei propri confronti. Infatti, gli altri vengono classificati in base al giudizio da essi proveniente (così come viene percepito dall'interessato), in amici o nemici, servitori o dominatori, cooperatori o competitori, in un certo grado.

L'altro può essere rappresentato da una divinità, o, meglio, gli altri possono rappresentare, ovvero sostituire, una divinità che giudica, premia e castiga. Per esempio, la religione cattolica, con il sacramento della confessione, ha istituzionalizzato il giudizio morale rendendo i sacerdoti arbitri con il privilegio di valutare, condannare e assolvere le umane colpe.

L'uomo fa di tutto per essere giudicato positivamente, ovvero per essere rispettato, approvato, premiato, aiutato o servito, dagli altri.

I criteri del giudizio dipendono dall'educazione, dalla cultura e dalle esperienze personali.

Gli esseri umani sono interdipendenti, ovvero ognuno dipende dall'attitudine degli altri nei suoi confronti, la quale a sua volta dipende dal giudizio reciproco. Da esso dipende infatti il tipo di interazione che sarà possibile o probabile tra le persone. In sintesi, ognuno dipende dal giudizio altrui, ovvero dal giudizio, nei propri confronti, da parte delle persone rappresentative della comunità di appartenenza.

La persona giudicata giudica a sua volta il giudizio di cui è oggetto, e di conseguenza il giudicante, secondo un processo come il seguente. Un individuo A giudica un individuo B. B si sente giudicato da A in un certo modo e considera tale giudizio più o meno giusto. Se B si ritiene giudicato giustamente da A, accetterà il giudizio e avrà verso A un atteggiamento benevolo, se si ritiene giudicato ingiustamente, B rifiuterà il giudizio e proverà verso A rabbia o aggressività. A giudicherà a sua volta il giudizio di B nei suoi confronti, con lo stesso meccanismo, dando luogo ad un circolo vizioso in caso di giudizio negativo, virtuoso in caso di giudizio positivo. Possiamo chiamare tale meccanismo "retroazione del giudizio".

La dipendenza dal giudizio altrui può dunque essere causa di fenomeni catastrofici oppure felici, malefici o benefici, può dar luogo a coesione sociale ma anche a guerre spietate. Tale dipendenza, unita ad una mancanza di consenso sui criteri di giudizio, alla soggettività dei giudizi e al bias cognitivo che li rende inaffidabili, rende l'uomo particolarmente prono ai conflitti, vulnerabile e soggetto a disturbi della personalità.

Ad aggravare la situazione c'è il  fatto che quasi mai i giudizi vengono espressi in modo esplicito, né argomentati razionalmente, e sono spesso occultati o dissimulati per opportunismo, cioè per ottenere benevolenza o evitare malevolenza.

Per diminuire i danni dovuti alla retroazione dei giudizi negativi, sarebbe utile affrontare il tema del giudizio reciproco in modo franco e razionale, senza pregiudizi e nella ricerca di un'etica condivis.

Qualcuno obietterà che la soluzione migliore sarebbe quella di evitare di giudicare. Io credo che tale soluzione sia illusoria o pericolosa  per i seguenti motivi. Primo, perché non possiamo non giudicare, essendo il giudizio prima di tutto emotivo, e perciò involontario; possiamo eventualmente non esprimere apertamente il nostro giudizio emotivo e/o cognitivo, ma esso traspare facilmente dal nostro linguaggio non verbale. Secondo, perché senza giudizio ogni etica è impossibile, per cui non giudicare significherebbe non seguire un etica e promuovere una società senza etica, con le conseguenze che possiamo immaginare.