A mio parere, "essere" significa appartenere ad una o più persone o categorie di persone, che nel seguito chiameremo "enti di appartenenza" o semplicemente "enti".

Così, ad esempio, una donna che pensa di essere bella (o brutta) pensa in realtà di appartenere alla categoria sociale delle donne belle (o brutte), con tutto ciò che tale appartenenza (più o meno reale o presunta, cioè più o meno riconosciuta dagli altri) comporta.

Gli "enti" (come sopra definiti) sono costrutti mentali più o meno condivisi con altre persone e caratterizzati da certe forme, norme, valori, vantaggi e/o svantaggi sociali.

L'appartenenza ad un ente è determinata da varie condizioni comportamentali, specialmente quelle di tipo mimetico, legate alla capacità di riprodurre i segni e i comportamenti caratteristici dell'ente di appartenenza, affinché essi siano "riconoscibili" dalle altre persone.

Come detto sopra, a ciascun ente sono associati particolari attributi, per cui l'appartenenza ad un certo ente implica (e richiede) che l'individuo sia "portatore" degli attributi caratteristici dell'ente stesso e di conseguenza detentore dei vantaggi e svantaggi sociali associati.

Per capire il comportamento dell'uomo e le sue espressioni verbali e non verbali, è allora spesso utile sostituire il verbo "essere" con il verbo "appartenere", tenendo presente che il bisogno fondamentale dell'uomo è quello di appartenere ad una (o più) comunità, a causa dell'interdipendenza caratteristica della nostra specie.

Tuttavia, a causa delle spinte competitive, la società è strutturata in gruppi contrapposti potenzialmente o francamente ostili o competitori ciascuno rispetto agli altri, per cui l'appartenenza ad un certo gruppo o ente può implicare (e richiedere) la non appartenenza a certi altri. In altre parole, le appartenenze possono essere mutuamente esclusive.

Perciò, accanto al bisogno e al desiderio di appartenere a certi enti, c'è normalmente il bisogno e il desiderio di non appartenere a certi altri.

La vita sociale è un gioco di appartenenze, in cui ognuno cerca di appartenere a certi enti per lui vantaggiosi (o ritenuti tali), e di dimostrarlo, ovvero di ottenere dagli altri il riconoscimento e l'accettazione delle appartenenze stesse. Il che è come dire che ognuno vorrebbe che gli altri lo riconoscano e lo accettino per come "è" o come crede di "essere" o vorrebbe "essere".

Molti disagi e disturbi mentali possono essere dovuti al bisogno di appartenere a enti mutuamente esclusivi, o, più in generale, alla frustrazione di non poter appartenere ad enti a cui si ha bisogno (o un forte desiderio) di appartenere.

L'appartenenza ha un aspetto qualitativo, uno funzionale e uno quantitativo. Il primo si riferisce al tipo di comunità, il secondo al ruolo del soggetto e il terzo alla sua posizione gerarchica nella comunità stessa. Quando si desidera appartenere, dunque, si desidera appartenere ad un certo ente, in un certo ruolo e in una certa posizione gerarchica (nelle varie gerarchie: politica, economica, etica, estetica, intellettuale, sessuale ecc ).

Tutto va bene quando l'aspirazione ad una certa appartenenza da parte di un soggetto è riconosciuta e accettata dagli altri, i problemi nascono quando c'è disaccordo o incomprensione sulle rispettive appartenenze attuali o desiderate.

Alla luce di quanto sopra, possiamo dire che ognuno crede di appartenere a certi enti, non crede di appartenere a certi altri, vorrebbe appartenere a certi enti, non vorrebbe appartenere a certi altri, e pensa che certe persone appartengano a certi enti e non a certi altri, con le relative conseguenze cognitive, emotive e motivazionali, e i pre-giudizi del caso.

È importante notare che le appartenenze non sono qualcosa di individuale che ognuno può concepire, o inventare, né qualcosa di oggettivo, ma consistono in convenzioni sociali, nel senso che non hanno significato, né valore o validità, che nella misura in cui vengono "riconosciute" dagli altri.