Per sopravvivere e soddisfare i propri bisogni, l’uomo deve appartenere a un ambiente che gli fornisce (o lo aiuta a trovare) ciò di cui necessita. Per "appartenere" intendo il fatto di essere ecologicamente parte di qualcosa di più grande.

Per appartenere ad un ambiente, un essere vivente deve soddisfare i requisiti minimi da esso imposti, primo tra tutti, quello di tollerare l'ambiente stesso. Tuttavia, in una certa misura, l’individuo può anche contribuire a modificare l’ambiente e quindi i suoi requisiti.

Tranne nei casi di parassitismo, ogni essere vivente facente parte di un ambiente deve contribuire alla vita dell’ambiente stesso, cioè dare alle altre parti del sistema ecologico qualcosa di cui esse hanno bisogno.

Nel caso dell’ambiente sociale, i requisiti di appartenenza consistono in forme, norme e valori delle comunità a cui l’individuo deve adeguarsi per essere accettato.

L’appartenenza di un individuo ad una comunità gli permette di interagire in modo cooperativo con altri individui per un comune vantaggio diretto o indiretto. Se il vantaggio non è reciproco, l'interazione si può definire parassitaria nei confronti di chi viene sfruttato.

L’interazione cooperativa tra due individui è regolata dalle norme della comunità di appartenenza. Queste norme definiscono le forme e i significati di interazioni, scambi, gesti, segnali ecc. e specificano i ruoli, i diritti, i doveri, i permessi e i divieti da rispettare.

Le regole di interazione sono stabilite e somministrate da persone che rivestono il ruolo di autorità morali e/o politiche della comunità, le quali fungono anche da giudici in caso di contenzioso .

La cooperazione tra individui richiede normalmente una gerarchia di potere attraverso la quale vengono stabilite e imposte (a tutti i livelli) direttive su ciò che i membri della comunità debbono e non debbono fare (specialmente in caso di disaccordo). Anche le autorità morali e politiche della comunità sono organizzate gerarchicamente, per cui debbono sottostare alle prescrizioni dei superiori.

Le posizioni della gerarchia sono oggetto di competizione, nel senso che ogni membro della comunità aspira ad occupare le posizioni più alte possibili in base alle proprie capacità. In caso di competizione per una certa posizione, è l’autorità di livello superiore che stabilisce chi debba occuparla.

La competizione può essere non violenta (cioè avvenire secondo regole che i contendenti rispettano) o violenta (se uno o entrambi i contendenti agiscono al di fuori delle regole convenute, oppure non vi è accordo su alcuna regola). A volte, inoltre, le regole convenute vengono cambiate unilateralmente nel corso del conflitto.

A complicare le cose ci sono i conflitti più o meno violenti tra diverse comunità che non riescono a fondersi in un unico organismo sociale. In tal caso l'individuo si trova a dover scegliere con quale comunità e contro quale stare, non essendo quasi mai consentita la neutralità.

Quanto sopra costituisce un possibile paradigma del comportamento sociale dell’uomo in senso relazionale ed ecologico. Tale paradigma esclude narrazioni di tipo religioso, spiritualistico, metafisico o ontologico.

A mio parere, la psicologia dell'individuo (di cui ho trattato ampiamente altrove) è funzione del paradigma sopra descritto, nel senso che la psiche serve a gestire le relazioni sociali che permettono all’individuo di soddisfare i propri bisogni. Ciò avviene attraverso l’appartenenza ad una o più comunità, la rispondenza ai requisiti da esse imposti, l’interazione cooperativa con gli altri, il rispetto delle gerarchie e la competizione per le posizioni migliori nelle stesse.

Per quanto riguarda le interazioni tra persone, vedi anche Componenti mentali coinvolti nell'interazione tra due persone.