Basta con affermazioni semplicistiche, fuorvianti e ingannevoli del tipo "la felicità dipende (solo) da te".

In realtà la felicità di un essere umano dipende soprattutto dagli altri, cioè da come gli altri lo "trattano", ovvero da come lo considerano, quanto lo rispettano, quanto lo trovano simpatico o antipatico, quanto sono disposti a cooperare con lui ecc.

Infatti, per essere felici, cioè por soddisfare i nostri bisogni e desideri, noi umani abbiamo bisogno della cooperazione degli altri. Per ottenerla si devono verificare una quantità di condizioni complesse e varie, che conosciamo poco e male. Queste condizioni possono essere relative al nostro comportamento verso gli altri in generale e verso i soggetti che ci interessano in particolare, possono riguardare il nostro status sociale, la nostra salute, bellezza, ricchezza, cultura, le nostre appartenenze, le nostre capacità ecc., ma possono anche dipendere da fattori indipendenti dalla nostra persona, tra cui la mentalità e i problemi altrui, e il caso.

La benevolenza dell'uomo verso l'uomo non è né un dovere, né un diritto, e non può essere forzata se non con la violenza fisica o psicologica.

Tutto si gioca sull'interdipendenza economica e psicologica degli esseri umani, caratteristica fondamentale e fatale della nostra specie. Essa è alla base delle nostre motivazioni a cooperare, ma anche a competere per assicurarci le cooperazioni più vantaggiose.

L'interdipendenza economica è evidente e consiste nella necessità della divisione (più o meno competitiva) del lavoro e dello scambio di beni e servizi indispensabili per la sopravvivenza e il benessere.

L'interdipendenza psicologica, o psichica, è meno evidente ma ancora più importante. Perché la nostra mente si è costruita attraverso le interazioni sociali e allo scopo di gestire le interazioni sociali. La nostra stessa capacità di pensare non è innata, ma ci è stata insegnata da altri esseri umani attraverso l'imitazione dei comportamenti altrui,  l'apprendimento del linguaggio e l'assimilazione delle varie forme, norme e valori culturali delle comunità in cui siamo nati, cresciuti e di cui abbiamo fatto parte nel corso della vita, per necessità o per scelta.

Non possiamo ignorare gli altri. Possiamo ignorare alcuni altri, ma non tutti. C'è un certo numero di persone di cui non possiamo fare a meno. Almeno di una. Non possiamo smettere di essere umani in senso culturale, cioè di comportarci in modo non comprensibile da altri umani. Siamo condizionati dalla necessità di essere compresi e accettati da un numero sufficiente di persone.

Differenziarci troppo dagli altri è rischioso, anche quando questi ci sembrano stupidi, ignoranti, falsi, violenti e malati di mente. Si rischia l'isolamento sociale, che conduce alla morte o a condizioni di vita durissime.

Tornando al titolo di questo articolo, occorre ammettere che la nostra felicità dipende "anche" da noi stessi in quanto possiamo cercare di capire come ottenere dagli altri la cooperazione di cui abbiamo bisogno, e fare tutto ciò che è in nostro potere per ottenerla, tuttavia senza alcuna garanzia di riuscita.

Una scienza della felicità che non sia illusoria, richiede dunque una profonda conoscenza della natura umana, tale da permetterci di anticipare sia le reazioni altrui al nostro comportamento, sia le nostre reazioni al comportamento altrui.